ALLA RICERCA DELL’IDENTITA’… PERDUTA??
Martedì 20 gennaio 2009 si è tenuto presso la sala degli affreschi della società Umanitaria di Milano, un dibattito sulle identità, sul loro significato intrinseco e sull’essenza stessa del termine.
Ospite principale della serata il giornalista e scrittore Gad Lerner che dopo aver discettato sulle sue origini – di stampo diremmo, simpaticamente, felliniano- libanese di nascita, milanese di adozione, genitori ebrei di origini slave, turche ma anche nord europee, l’illustre oratore sottolinea come oggi sia difficile una identificazione effettiva dei cittadini in una dimensione. Spesso siamo tutti soggetti confusi, in serie difficoltà relazionali che lasciano spazio ad ampi margini di solitudini affettive che sono poi terreno fertile per l’avanzare di chat e social network come face book. Il fenomeno è particolarmente rilevante nelle grandi città che ci ospitano, un po’ meno nelle province pur con significative differenze tra nord e sud del paese. Non è più semplice definire bene i contorni di amicizie, il che ci rende oggi spaesati ad esempio ed ecco quindi il chiedersi chi siamo, qual è la nostra identità.
Se quindi dall’attualità che viviamo non riusciamo a trarre spunti per risposte dato che sorgono solo interrogativi, ecco quindi l’interrogarsi necessariamente sulle nostre radici, sulle nostre origini, sul passato.
Tante volte si sente dire che “stiamo tutti perdendo le nostre radici”; “dobbiamo riscoprire le nostre radici”; “solo scavando le nostre radici possiamo riscoprire le nostre radici”; “dobbiamo puntare ad un’identità forte e preservarla”. Ma quanto è vero tutto questo?
Ampliando il discorso sulla presenza di stranieri sul nostro territorio, che poi voleva essere proprio il fulcro del dibattito, si è messo in discussione il fatto che l’identità sia legata alla terra di provenienza poiché proprio se molti degli stranieri in Italia fossero rimasti nel loro paese probabilmente non sarebbero quello che oggi sono.
Un esempio molto pratico presentato dal relatore Gad Lerner ha avuto ad oggetto proprio il caso Alitalia, tematica tanto a cuore ai nostri politici durante la campagna elettorale scorsa. Si urlava da più parti la necessità infatti in quel periodo di avere irrinunciabilmente una “compagnia di Bandiera”e di cacciare lo straniero dalla nuova Alitalia. Premesso che probabilmente a nessun italiano interessa se a Tokio è l’Alitalia che lo porta o un’altra compagnia aerea, l’importante è che ci arrivi – dimostrazione ne è il frequente ricorso a compagnie straniere e low cost – ora il dibattito sulla compagnia aerea ha dato origine ad una vivace discussione sull’opportunità di preservare non più l’italianità ma altre identità cioè malpensa o fiumicino? Ecco quindi che metaforicamente dall’imporre una identità poi sorgono esigenze di autodeterminazione di altre realtà ancora minori e di conseguenza l’identità qual è? È una o sono più di una? Sono più d’una in uno stesso concetto? Le piccole identità però sono spesso posticce ed usate strumentalmente per fomentare rivolte e sollevare polveroni…sono quindi identità “incendiarie”, rappresentano magari spesso un vestito che qualcuno ci vuole cucire addosso e che purtroppo ci sta anche stretto. Per la serie se permettete il vestito me lo faccio da solo; come? Riflettendo sul fatto che io, lui, lei e tutti siamo quello che facciamo, siamo il percorso che abbiamo fatto, siamo il luogo in cui viviamo e il come lo viviamo. Più semplicemente la nostra identità è data dall’essere d esempio studente, dall’essere che so… interista o juventino, da essere di seconda generazione. Noi siamo quello che siamo e quello che siamo non ha bisogno certo di scusanti e nemmeno di strumentalizzazioni politiche in senso lato.
Ognuno di noi ha sicuramente delle ascendenze, delle reminiscenze, dei fedi degli amori e l’utilizzo di questi temi non si deve permettere che venga strumentalizzata brutalmente da chi vuole nella ricerca delle identità solo dividerci.
Ed è sempre in merito all’identità che si afferma come di certo si faccia una gran fatica ad essere mescolati, vivere con gli stranieri della porta accanto che cucinano cinese e “fanno casino”, ma è un po’ il destino che magari ci è capitato. Ma il modo di vivere il nostro destino può anche cambiare e può essere anche fatto di zero ostentazione della propria italianità – identità perché anche questo può portare alla divisione.
Va quindi senza dubbio combattuto l’integralismo, sia quello che incontriamo in noi stessi sia quello che incontriamo in altri.
GIUSEPPE IADEVAIA